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Un'occasione persa?

Un breve dialogo a distanza che mette a confronto due mondi, quello degli insegnanti e degli studenti, sui fenomeni che hanno caratterizzato l'esperienza scolastica durante la pandemia da Covid-19

“Con la DAD i ragazzi più fragili non ce la fanno.
Ho letto che il 28% degli studenti dichiara che dall’inizio della pandemia almeno un compagno di classe ha smesso di frequentare la scuola. Ci credi?!
A molti adulti viene semplice pensare che la DAD sia stata solo una via di fuga per chi non aveva voglia di studiare! Ma si sono messi nei panni di uno studente medio che frequentava la scuola? 
Non uno studente esemplare, uno che tirava a campare come me, che andava anche maluccio a scuola in certi momenti, ma senza grandi ripercussioni dal punto di vista sociale o didattico?
Perché la colpa è sempre di noi adolescenti svogliati che decidiamo di spegnere la telecamera, o di non presentarci proprio a lezione?”
 
Anna ha diciassette anni, studia al liceo e non è la prima volta che in questi mesi, durante le sedute di psicoterapia, mi pone queste domande. 
Si accalora parlando della scuola e non si capacità di come in una situazione tanto sciagurata, il rapporto con i suoi insegnanti si sia ridotto al gioco di guardia e ladri.
L’emergenza sanitaria ci ha tolto la dimensione sociale, ricordandoci quanto abbiamo bisogno delle relazioni, eppure tante quotidianità scolastiche raccontano di una grandissima, ennesima, occasione persa da parte degli adulti.
Ho proposto ad Anna di buttare giù qualche pensiero sul tema, insieme a delle domande che le ho promesso avrei rivolto a Francesca, un’insegnante.
Entrambe hanno accettato con piacere.
Un breve dialogo a distanza che mette a confronto due mondi, insegnanti e studenti, profondamente interdipendenti, ma troppo spesso distanti, in polemica, intrappolati in vecchi sistemi valutativi.
Sfiancati da burocrazie sterili, che indeboliscono la straordinaria potenza di legami che possono cambiare i destini.
 
ANNA:
Caro professore,
hai chiesto abbastanza ai tuoi studenti come stessero?
Io ho avuto la fortuna di avere addirittura due insegnanti che si sono preoccupati per me e gli altri miei compagni. A fine lezione ci ribadivano sempre “Se avete bisogno contattateci per qualsiasi esigenza, anche per uno sfogo!”
Ma penso a chi non ha avuto nemmeno un professore o una professoressa a disposizione per parlare o sfogarsi. Persone che nel bene e nel male ti formano e ti segnano la vita!
Molti di noi l’anno scolastico precedente, dopo aver saputo che sarebbero stati direttamente ammessi a quello successivo non hanno più studiato e si sono seduti.
Siamo immaturi, ma non è così semplice… 
Per chi ha la mia età, la vita sembra già complicatissima e in salita, quindi di fronte ad all’opportunità di avere la strada in discesa, che altro resta da fare se non scivolare senza sforzo?
Vi aspettate che un adolescente medio abbia la prontezza di prendere le proprie responsabilità, e decidere di studiare lo stesso e bene?
Non penso che questo atteggiamento sia giusto, ma è qui che entrano in gioco i VERI PROFESSORI. 
Ovviamente dobbiamo fare del nostro meglio, ma voi avete capito che a tanti di noi, una volta chiusi in casa, il cervello ha cominciato ad attivarsi ancora di più del solito e a rivangare tutte le tipiche domande personali di questa fase di vita?
Per non parlare dei pensieri sul futuro in una situazione così ingestibile!
Non sono le minacce del tipo “l’anno prossimo non sarà così” oppure “appena ritornate in presenza vedrete che verifica” che ci faranno arrivare alla presa di coscienza, che forse, studiare giova a ciò che vorremo essere in futuro. Ci hanno solo mortificato.
 
FRANCESCA:
Cara Anna, non ti conosco, ma ti percepisco sufficientemente “arrabbiata” perché tu mi sia istintivamente simpatica: ho sempre la sensazione che gli adolescenti non troppo accondiscendenti siano quelli che stanno facendo la fatica di diventare adulti e questa cosa non mi dispiace mai, anzi, mi ricorda perché ho scelto di fare questo lavoro. 
Mi chiedi se, durante la DAD, io abbia domandato ai miei studenti come stessero: beh, in coscienza devo dirti di sì; anzi, se ho provato un po’ di frustrazione, questa nasceva dalla riluttanza di alcuni ad aprirsi, a spiegarmi come stavano vivendo, cosa c’era dietro i loro occhi e dietro i visi imperscrutabili che il video inquadrava. Poi, in verità, mi sforzavo di capire anche questa reazione, perché in trent’anni di insegnamento ho rafforzato con l’esperienza l’idea che ognuno, davvero, è un mondo a sé, ma la passività di fronte agli stimoli “umani”, non didattici, è ciò che più fatico ad accettare. Ho dato a tutti la mia mail affinché in qualsiasi momento loro, e anche i loro disorientati genitori, potessero contattarmi in modo diretto e privato, ho dato tracce di temi che, nella mia testa, avrebbero dovuto essere per loro una specie di psicoterapia alla buona, ho cercato di stimolare reazioni durante la DAD con ogni mezzo lecito e con appelli che andavano dall’accorato, al comico, all’infuriato; sono stata di volta in volta “pasionaria”, “Freud de noantri” e “San Francesco” (no, questo forse no, ci devo lavorare ancora parecchio), però ti assicuro che il mio chiodo fisso era il timore che qualcuno si perdesse per strada. 
Qualcuno ci ha provato, ma non gli ho dato tregua perché volevo riacciuffarlo ad ogni costo. 
Tanti colleghi hanno vissuto le mie stesse ansie, quelle che tu chiami paranoie e che forse un po’ lo erano; certo non tutti si sono comportati allo stesso modo perché, se è vero che voi studenti non siete tutti uguali, dovete capire che nemmeno noi insegnanti lo siamo: ognuno viene davanti a voi con il suo bagaglio, un fardello non sempre ben ordinato, in cui sono stipati una storia, un carattere, esperienze umane e didattiche, un destino. 
Quindi vi chiedo di guardarci, qualche volta, con un po’ di comprensione perché quello che siamo è un impasto complicato, proprio tanto simile a quello di ogni altro essere umano.
 
ANNA:
Un altro paio di domande.
Durante questo anno scolastico, seguito per di più a casa, io in prima persona ho dovuto affrontare periodi in cui tutti i professori sfruttavano quelle rare settimane di presenza per piazzare verifiche ed interrogazioni. 
Perché?
C’è una logica secondo cui questo avrebbe potuto giovare all’apprendimento e al benessere mentale di uno studente? Cioè, così impariamo veramente le materie?
 
FRANCESCA:
Ho vissuto la situazione che descrivi, non solo da insegnante, ma anche da mamma e quindi in un’ottica un po’ più ampia. Sì, perché il rischio che corriamo noi docenti appassionati di ciò che facciamo è sempre quello di perdere il senso delle proporzioni complessive. 
Ti do assolutamente ragione, ma voglio anche spiegarti che non si tratta di crudeltà mentale: qui l’eugenetica nazista non c’entra. C’entra il fatto che la nostra è una scuola valutativa (e, credimi, questa secondo me resta una buona soluzione, nonostante tutto, perché alla fine è un utile allenamento alla vita) e ha faticato ad adattarsi a una situazione inattesa che ha reso la valutazione difficilissima. Ai docenti è imposto un certo numero di verifiche, scritte e orali, indispensabile per la validazione quadrimestrale e per essere certi che il lavoro didattico sia stato efficace. Giustamente si pretende che le valutazioni siano il più possibile trasparenti ed oggettive: siete voi stessi, alla fine, a richiederlo e con voi le vostre famiglie. 
Noi abbiamo fatto il possibile per ottemperare a quanto ci veniva richiesto, con tutte le strategie pensabili, ma alla fine è stato necessario sfruttare i momenti in presenza. 
C’è chi lo ha fatto con la massima delicatezza che la situazione consentiva e chi si è fatto prendere la mano, ma ciò che ci ha spinto, credimi, non è stata crudeltà mentale o perverso desiderio di infliggere sofferenze: si è trattato di uno stato di necessità.
Quanto ho affermato poche righe sopra mi introduce alla tua ultima domanda, anche se dalle tue parole conclusive è chiaro che intuisci una possibile risposta.
 
ANNA:
E infine un'ultima domanda che sorge spontanea da quella precedente:
Perché avete pensato costantemente che stavamo copiando ogni esercizio o che ricevevamo qualsiasi tipo di suggerimento da qualcun’altro? 
Questa vostra continua paranoia vi ha portato a condurre delle interrogazioni veramente impossibili!
Io, ad esempio, ne ho fatta una in cui dovevo risolvere cinque esercizi di matematica in dieci minuti, modi mai visti quando frequentavamo normalmente le lezioni.
Abbiamo dovuto inquadrare l’intera stanza, o sforzarci di tenere lo sguardo fisso in telecamera con l’ansia di spostare per sbaglio gli occhi a destra o a sinistra.
Se avevamo le cuffiette (è due anni che mia madre non si schioda da casa per lo smart working) non venivamo proprio interrogati, perché avevate la sicurezza che fossimo in chiamata con qualcuno che a sua volta ci stava suggerendo. 
Questi metodi aiutano davvero uno studente? A me hanno solo fatto passare la voglia.
Ora penserà che non ci va mai bene nulla. 
Né tutto in presenza, nemmeno tutto a distanza.
In realtà il bisogno di noi, studenti, è far capire a voi, professori, che come voi vivete nella paranoia che possiamo costantemente copiare, noi viviamo con l’idea di non essere trattati più come persone. 
Oltre ad essere stato difficile per voi, è stato difficile anche per noi!
 
FRANCESCA:
E’ vero, una delle cose più inquietanti, e ora che leggo la situazione con maggior distacco anche più comiche, del periodo della DAD sono stati i tentativi, ingenui, di noi docenti di aggirare le frodi studentesche.
Credimi, ho visto cose che voi umani… (per citare Blade Runner).
I maldestri tentativi dei matusa digitali erano tutti destinati ad infrangersi contro le astuzie dei nativi: la vostra è stata la guerriglia vietcong, su un territorio a voi ben noto, destinata irrimediabilmente a fiaccare la potenza dei nostri ingombranti eserciti. La realtà è che il napalm del doppio dispositivo e dei tempi risicati per le verifiche di Google moduli, nulla ha potuto contro la vostra conoscenza degli strumenti. 
L’unica cosa che forse, e dico forse, poteva avere una sua utilità, era affidarsi alla coscienza degli alunni e a quei valori di onestà reciproca, motivazione allo studio e rispetto della persona che bisognava però aver trasmesso durante i mesi o gli anni precedenti. Ma anche su questo terreno la labilità delle nostre cattedre non ha permesso a tutti di costruire quel legame umano che avrebbe potuto consentire di fare un discorso di questo genere.
Come vedi, la tua frase conclusiva può essere pronunciata da entrambe le parti e, riflettendoci, questa mi sembra proprio una bella cosa: esseri umani che si rispecchiano e si riconoscono, persone che, forse, possono arrivare a sorridersi con un po’ di comprensione e di complicità. 
Se l’orribile periodo che abbiamo vissuto ci avesse insegnato almeno questo, dentro e fuori dalla scuola, forse non sarebbe stato del tutto inutile.
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