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Tra i due litiganti, nessuno gode!

I rischi delle separazioni conflittuali sui figli adolescenti

Nei giorni scorsi un caso avvenuto a Verona è balzato alle cronache: un preadolescente di 11 anni, figlio di genitori separati che insistevano a litigare per la scuola (pubblica o privata) in cui iscriverlo, è stato chiamato dal Tribunale per dare dirimere la questione.
Il giudice l’ha ascoltato, ha appurato una sua sufficiente capacità di discernimento e gli ha permesso di scegliere in prima persona la scuola che avrebbe frequentato.
 
Qual è il tema? Qualità dell’istruzione pubblica o privata? Il fatto che nonostante la giovane età, si possa essere capaci di scegliere per sé con senno? L’ammirazione e simpatia nei confronti del giovane ragazzo?Questa vicenda deve far riflettere su fenomeni tanto frequenti quanto devastanti, ovvero i danni che le separazioni coniugali conflittuali cagionano ai figli.
I figli di genitori separati hanno 1/3 in più di possibilità di sviluppare problematiche evolutive, ma il problema non è la separazione in sé, è la separazione conflittuale, perché è il conflitto a creare disturbi nel minore.
Genitori accecati dal conflitto coniugale perdono di vista i bisogni dei figli, sono ingaggiati in dinamiche oppositive con il partner e non cooperano nell’esercizio del ruolo genitoriale.
Con bisogno intendiamo la necessità totale o parziale di qualcosa fondamentale per la sopravvivenza e il benessere dell’individuo.
Possiamo organizzare i bisogni in un modello piramidale alla cui base stanno quelli di ordine primario come il bisogno di alimentarsi, e che soddisfatti consento l’emersione di bisogni di ordine superiore, come quello di sicurezza, di riconoscimento o di appartenenza.
Ogni fase del ciclo di vita è caratterizzata da compiti peculiari, che vanno affrontati per poter procedere nella crescita, l’adolescenza è un momento di particolare criticità poiché a colui o colei che fino a poco tempo prima era bambino, viene richiesto dalla natura e dalla società di cominciare a realizzarsi, di diventare soggetto, di acquisire una propria identità, separata da quella degli adulti di riferimento. 
Questo processo per potersi realizzare deve partire dal progressivo allontanamento psichico e relazionale dalla famiglia, e deve passare dalla costruzione di nuove appartenenze: il gruppo di pari, le amicizie, un amore.
 

Ma che succede se il “territorio di appartenenza” è minato?

La separazione conflittuale è il fallimento della genitorialità.

Nei migliori casi riduce, nei peggiori distrugge il senso di appartenenza del figlio, che se adolescente, rischia di trovarsi disperso in un mare di solitudine, sopraffatto, in un momento critico dello sviluppo in cui l’adulto è necessario al processo di realizzazione, sia come sostenitore del progetto di crescita, che come rappresentante del limite.

Ne possono derivare diverse forme reattive: adolescenti che iperinvestono nelle relazioni, che si affiliano in gruppi di pari che attraverso la trasgressione esorcizzano lo stesso vissuto di abbandono e tradimento nei confronti degli adulti; giovani che si rifugiano in un mondo virtuale in cui possono esprimersi e che possono controllare, sottraendosi da una realtà frustrante che non li vede.Ragazze silenziose, che non parlano, ma che portano sulle braccia tagliate il racconto di un dolore sordo. E ancora corpi manipolati o dimagriti fino all’osso, che esprimono quello che le parole non sono riuscite a far arrivare.

Sono le storie di tanti adolescenti che prima o dopo approdano negli studi di psicologi, a cui va il compito di aiutarli a scostarsi da modalità di risoluzione del dolore che rischiano di diventare l’unico modo di vivere.

La chiamata del ragazzo da parte del Tribunale di Verona è una storia triste, è l’esempio di come la giustizia debba agire per dare voce ai bisogni di un figlio, zittito dal rumore del conflitto dei suoi stessi genitori.E’ un intervento estremo, che se da un lato racconta, per una volta, come esistano tanti undicenni anche assennati, dall’altro restituisce l’ennesima immagine di un mondo adulto incapace di assolvere al proprio ruolo.

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